Parole d'Attore 2

 

Appunti di Teatro

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Parole d'Attore

 

VIVA LA LIBERTÀ

come ho appreso la lezione de "La Rosa Bianca"

di Beatrice Moleri

 

Una mostra sullo spettacolo elaborato attorno alla vicenda dei giovani universitari che a Monaco nel 1943 gridarono il loro dissenso al regime nazista. L'occasione che ti porta a conoscere da vicino questi personaggi entrati nella storia e celebrati come emblema di una resistenza che in Germania rimase sempre molto sottotraccia. E dalla conoscenza nasce il senso della vicinanza, l'affetto, la passione. La storia non è lontana da noi...

 

 

 

È difficile decidere da dove far partire il mio discorso. Per questo motivo partirò da me. Ho steso il contenuto dei pannelli della mostra sulla Rosa Bianca nel 2010 e all’epoca avevo 23 anni, non è certo l’età che ci si aspetta dalla curatrice di una mostra, per quanto modesta questa possa essere. Ovviamente il materiale è stato corretto e verificato da persone con una maggiore competenza rispetto a me, ma i contenuti e la linea guida, così come i vari argomenti trattati li ho decisi io.

Fin dal momento in cui mi è stato proposto di imbarcarmi in questo progetto mi sono domandata per quale motivo avessero chiesto a me di realizzarlo. La mia giovane età e soprattutto la mia scarsa esperienza all’inizio mi hanno spaventata e temevo potessero essere un ostacolo alla buona riuscita della mostra. Una risposta l’ho cercata, e penso di averla trovata: e questa sta proprio nella mia età. Ero una loro coetanea, Sophie aveva 21 anni, Willi, Alexander e Hans 25, Christoph 24.

Nella loro giovinezza credo sia nascosto anche ciò che rende così forte la loro vicenda. Lo scalpore che ha alimentato la loro storia non può essere giustificato semplicemente dall’essersi opposti al regime nazionalsocialista, oggi sappiamo bene che in tutta la Germania erano più di 300 i gruppi locali di opposizione a Hitler.

Gli appartenenti al gruppo della Rosa Bianca erano ragazzi che amavano la vita e questo aspetto traspare in ogni loro parola, andavano a ballare, amavano stare con gli amici, erano appassionati d’arte e amavano la natura. Erano ragazzi ed è in questo che si gioca il loro essere speciali. È il modo in cui hanno deciso di affrontare la loro vita, sempre con la speranza e la fiducia nel futuro, un futuro che dovevano aiutare a costruire, senza delegare a nessuno compiti o responsabilità, avevano l'atteggiamento di sprezzante fiducia tipico dei giovani. Quello slancio che parte dalla pancia e non si può far tacere, quella paura che in realtà è pura adrenalina, quel fondo di ottimismo e di fiducia nel prossimo che non ti permette di credere che le cose non possono cambiare, se ce la si mette tutta.

Secondo George Wittenstein le motivazioni che possono aver contribuito a formare la sensibilità dei ragazzi della Rosa Bianca possono essere individuate in quattro punti fondamentali:

• Gli studenti sono sempre stati, nella storia, la classe più idealista e rivoluzionaria. Ribelle nei confronti dell’ordine esistente, nei confronti di convenzioni sociali vecchie e nuove in cui faticano a ritrovarsi.

• La maggior parte di loro nella prima gioventù aveva aderito alla “Bündisch Jugend”, organizzazione giovanile simile agli scout che fondava le sue radici nella delusione dei giovani nei confronti del vecchio ordine stabilito e delle scuole. Gli obiettivi del gruppo erano la libertà individuale, l’autodisciplina e l’adesione ai più alti principi morali ed etici.

• Provenivano da famiglie borghesi e i loro genitori erano (chi più apertamente, chi meno) oppositori di Hitler.

• Erano grandi amanti dell’arte, della musica, della lettura e della filosofia e questo non poteva che aver aperto in loro una finestra verso ciò che stava aldilà del mondo in cui si trovavano a vivere, soprattutto non poteva che aiutarli a crearsi un proprio, personale senso critico sulla realtà che stavano vivendo.

Nonostante la loro giovane età erano ben consapevoli dei rischi che correvano con le loro parole e con le loro azioni.

Hans poche settimane prima del suo arresto dichiara: «Dobbiamo vivere per esserci quando ci sarà bisogno di noi. Non me ne importa del carcere né del campo di concentramento. Vi si può sopravvivere. Ma non si deve mettere a repentaglio la vita».

Sia la sorella di Willi Graff, sia la sorella di Hans e Sophie Scholl, si sono spesso interrogate sul cliché di eroi in cui i loro fratelli dopo la loro morte sono stati rinchiusi. Entrambe puntano l’attenzione sulla loro natura umana.

Ecco le parole di Inge Scholl: «Possiamo veramente chiamarli eroi? Non hanno fatto nulla di sovraumano. Hanno difeso una cosa semplice, sono scesi in campo per una cosa semplice: per i diritti e per la libertà dei singoli, per la loro libera evoluzione e per il loro diritto a una vita libera. Non si sono sacrificati per un’idea fuori dal comune, non perseguivano grandi scopi. Ciò a cui aspiravano era che gente come te e me potessero vivere in modo umano e forse la cosa grande è proprio questa: che hanno avuto la forza di difendere con suprema dedizione i diritti più elementari dell’uomo».

Non resta che chiedersi perché dei ragazzi con una mente così brillante, con molti sogni e legati da rapporti profondi abbiano deciso di mettere in gioco la propria vita per cercare di svegliare le menti altrui. Perché non accontentarsi di compiere la INNERE EMIGRATION (emigrazione interiore) come facevano tutti quelli avversi al nazionalsocialismo, che non potendo espatriare dalla Germania si accontentavano di farlo nella sfera privata con la lettura, con l'arte o con la filosofia, esprimendo le loro idee e giudizi con le persone fidate? Perché questo a loro non poteva bastare? Semplice, il loro desiderio di libertà era troppo forte, così come quello di adempiere a un obbligo morale a cui non potevano sottrarsi. Questo senso del dovere traspare in ogni loro singola parola. Risulta rappresentativa questa frase di Sophie: «Non dovrebbe ogni uomo, in qualunque epoca viva, ragionare continuamente come se nel prossimo istante dovesse essere portato davanti a Dio e sottoposto al suo giudizio?».

 

 

 

Il mio rapporto con la Rosa Bianca è abbastanza singolare, mi piacerebbe poter dire che li ho amati fin dal principio; ma così non è stato, e come tutte le grandi passioni la mia è nata dall’indifferenza. Quando mi dissero che lo spettacolo Foglie della Rosa Bianca era pronto, avevo un'incredibile curiosità. Non mi rivelarono molto sullo spettacolo né sulla vicenda che raccontava, ma mi dissero che questi ragazzi mi sarebbero piaciuti. Così quando andai a vederlo avevo una reale curiosità di incontrarli, ma non mi colpirono neanche un po’. Tutti furono piacevolmente impressionati, sia dallo spettacolo che dalla storia che esso narrava, tranne me...

Mi dimenticai presto di quella personaggi che all’inizio non mi stimolarono nulla. Non vidi neanche il film sulla fine della loro vicenda, la Rosa Bianca non era affare mio. Non pensate che sia crudele. Le passioni nascono dalla pancia e poi raggiungono la testa e non viceversa, e loro all'inizio non mi solleticarono in nulla, non ero ancora pronta.

Tutto cambiò quando mi fu chiesto (forse senza grande speranza in un mio assenso) se volevo interpretare Sophie per una sostituzione. Ero perplessa, non avevo mai recitato “in sala” e mai soprattutto avevo usato la mia voce in scena, ma era sempre stato un mio desiderio, così inaspettatamente accettai. Mi fu dato il copione, composto per lo più dalle parole di Hans e Sophie Scholl, e quando restammo, lì nella sala, soli, io e loro, tutto cambiò. Li ho trovati amici, più intimi di molti che avevo in carne e ossa. Iniziò una folle caccia al tesoro, volevo leggere e vedere tutto ciò che li riguardava.

Il periodo delle prove è stato fantastico, non essendo ancora un'attrice esperta non riuscivo a staccarmi dal personaggio e quindi, per quattro settimane o poco più, io ho smesso di essere me stessa per diventare Sophie.

Le sue parole mi bruciavano e mi riempivano, ogni volta che arrivavo alla fine dello spettacolo mi commuovevo fino alle lacrime, ma non era per la sua morte, non per il suo coraggio, ma perché immaginavo la sua sofferenza e la sua angoscia.

Durante le prime repliche mio papà, Giovanni Moleri, regista dello spettacolo, mi regalò un libro su Willi Graf. Se di Hans Scholl mi innamorai, Willi Graf lo sentii amico.

L’indifferenza si era trasformata in bruciante passione, ed era successo perché li avevo conosciuti. Il loro essere speciali per me sta nel modo in cui hanno affrontato la loro vita ma non quando questa era sul punto di scadere, bensì giorno per giorno.

Non sono i loro grandi gesti ad appassionarmi, non è la loro fine che li rende così speciali ai miei occhi. Sono certa che se non fossero morti, se non avessero neppure creato il movimento della Rosa Bianca ma io avessi avuto modo di accedere ai loro diari e alla loro corrispondenza li avrei amati ugualmente. A distanza di 60 anni le loro parole sono riuscite a ridestare la mia coscienza, mi hanno mostrato che esiste un “oltre” da cui non si può scappare e non perché questo sia in agguato dietro all'angolo, ma perché sarebbe sciocco farlo. Credo che sia giusto concludere con una frase che Romano Guardini ha utilizzato per commemorare la loro memoria: «Le ultime parole pronunciate da Hans sono state VIVA LA LIBERTÀ, per lui queste parole contenevano il senso e la giustificazione del suo agire, per noi sono un testamento. Non c'è nessuna libertà senza coscienza. Questa lotta per la Libertà non è fatta di azioni esteriori, dal momento che il nemico proviene dall'interno dell'uomo, di quell'uomo contemporaneo che noi tutti siamo. I veri cambiamenti possono accadere solo a partire dall'interiorità, qui si gioca il destino dell'uomo: se egli resta signore delle proprie opere o solo il loro funzionario».

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